martedì, 25 settembre 2007

Sto pensando se ricomparire, e l'ho già fatto. Sto pensando che ormai i più , (ma anche i meno), si saranno finalmente dimenticati che una volta c'era qualcuno che aggiornava questo qualcosa. C'era anche, probabilmente, più di qualcuno che sapeva la differenza tra warning e glance, le due anime di due pagine diverse che venivano instancabilmente confuse. In effetti, io stessa faccio fatica a districarmi in questo discorso, e poi magari scoprirò di stare scrivendo nel blog di un altro. Per legge naturale credo che nulla sia impossibile, perciò...Intanto potrei prorompere in un certo intimismo, tanto per far capire che questo sarà - forse-un diario misto lista della spesa..che è un pò il sinonimo di ogni vostra vita anche condivisa..

Guardare le cose da "quaddentro", licenza telematica, è più veloce e meno disturbante di oggi l"affuori", 25 settembre, topo grigio con un limone in bocca..

Sarebbe normale quindi, che non uscissi a suonare percussioni brasiliane o a comprare ciò che manca, ma stessi qui..solo per un attimo ...

P.s. Crema di piselli , basilico e incenso :

Lo posso giurare. E' ottima fredda o anche tiepida. Veloce da non credere, astringente, antisettica, sicuramente ottima anche nebulizzata.

Soffriggere mezza cipolla, 10 foglie di basilico e 2 di incenso naturale..(niente bastoncini o conetti quindi), aggiungendo 3-4 cucchiai di latte..Aggingere circa 500 grammi di piselli lessati, sale , pepe,  mezzo dado per brodo e mescolare. Aggiungere acqua basta e dopo 10 minuti potete impugnare quell'orgoglio sacro di ogni massaia che è il minipimer. Cucinerei qualsiasi cosa pur di usarlo, ma sappiate che in ogni caso la zuppa funziona...

postato da: glancetoday alle ore 16:54 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, 15 febbraio 2007
In questi giorni dove si è abitualmente mediatizzati con arresti alle Br, sparate di Capi di stato, colpi di fionda da parte di tutti i relativi vassalli, valvassini e valvassori, nonchè dai miei problemi di rilevanza internazionale con multe e batteria di pentole da cucina, pensavo di subissare anche Voi con quanto segue, visto che, personalmente, né avrei a sufficienza:
 
 
 
TRIESTE Continuano gli “sforzi di comprensione” e le incessanti manovre politiche attorno allo scorso 10 febbraio e agli ultimi sessant’anni di Storia, condivisa o meno. Ieri è stata quindi la volta della seduta straordinaria del Consiglio provinciale per il Giorno del Ricordo, al quale sono stati convocati i principali rappresentanti delle Associazioni degli Esuli e gli studenti delle scuole superiori del capoluogo giuliano, presenti in piccoli gruppi all’incontro. Una notizia che per molti versi invece potrebbe essere considerata “ordinaria”, visto il particolare momento di agitazione politico-diplomatica in cui si inserisce la sessione consigliare di ieri. Potrebbe, il che non corrisponde a “può”, considerando che l’attualità in questi giorni sembra talmente pervasa dalla Storia che quasi non se né vede più il legame con il presente e con il futuro. La motivazione della convocazione è infatti legata alla distribuzione di un volume, voluto dalla Provincia di Trieste e curato dall’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del FVG intitolato “Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste”. La distribuzione del saggio bilingue, in lingua italiana e slovena, è stata corredata dagli interventi degli storici Sergio Zucca e della docente Anna Maria Vinci. In particolare quest’ultima ha espresso la sua conoscenza, e quindi velatamente la sua opinione, attraverso una lunga descrizione di fatti, tragedie e interpretazioni a partire dal ventennio fascista fino al secondo dopoguerra. D’altronde Vinci ha esposto quello che però è parte del suo lavoro accademico e, come giudicato a posteriori dai presenti, curando la propria presentazione con frequenti sforzi di oggettività su una materia che di fatto non è mai scevra da un minimo di giudizio personale. Situazione difficile, in quanto non si può parlare di parificazione di tragedie, di parificazione di nazionalismi o di morti, di cause e di effetti. O forse non si potrebbe; perché, per i rappresentati degli Esuli presenti in sala, l’accento va posto su altri aspetti, su altre causalità e su un differente senso delle proporzioni. Quello che è certo è che non si sta ricordando il rispetto per le vittime scomparse a causa di episodi e di quadri politici passati di incredibile violenza, ma si sta parlando di dinamiche ancora ben vive e deste, ma auspicabilmente superabili. Ma il bello della Storia è che tende a finire, non ad iniziare; in compenso qualcuno in questo contesto ha fornito un interessante paragone con l’età senile, periodo durante il quale i fatti, dopo circa 60 anni, rischiano di cadere come “in prescrizione”, nelle coscienze come negli anziani, e il revival è quindi quasi d’obbligo.
 
 
 
 
postato da: glancetoday alle ore 15:48 | Permalink | commenti (2)
categoria:
venerdì, 07 luglio 2006

Amartya Sen,  premio Nobel per l’Economia nel 1998, è tornato ieri ad AreaNobel, il ciclo di quattro incontri con altrettanti premi Nobel organizzato dall’Area Science Park di Padriciano (TS) per il convegno dal titolo: “Oltre gli steccati: povertà, governance e convivenza delle identità in un mondo globalizzato”. Il tema della mattinata di ieri si è diviso su due fronti, dove da un lato Sen ha affrontato i processi della globalizzazione in rapido divenire e dall’altro, sullo stesso tema, si è invece espresso Dominick Salvatore, professore alla Fordham University di New York e “Honorary Professor” all’Università di Shanghai. Quest’ultimo, autore di vari saggi economici (come ad esempio “Economia Internazionale”, testo tra i più adottati al mondo), presta la sua opera come consulente per Nazioni Unite, Fondo Monetario, Banca Mondiale e per varie banche e multinazionali. Rispetto allo studioso di origine indiana, Salvatore dissente sulle modalità di welfare sostanzialmente in quasi tutto, se non su un punto. C’è globalmente un’ assoluta esigenza di regole etiche e funzionali di governance, materia politica del quale l’economia non si occupa. E infatti economisti come Salvatore parlano di se stessi come di figure tecniche alle prese con la quantificazione di meri costi e benefici economici. Ma perché allora lo studioso di Fordham molto spesso ricorre a due categorie sostanzialmente politiche: no global e terroristi? Amartya Sen risponde,  incentrando tutto il suo discorso proprio sul pericolo delle categorizzazioni sociali, alla base di tante diverse visioni che animano le dinamiche competitive mondiali. Sen si muove su un sentiero che rifugge dalla gestione politica di contenuti considerati pericolosi, ma solo in quanto in quanto lontani da un’obiettiva riflessione individuale. “La consapevolezza del pluralismo dell’identità di ogni persona è il primo passo da compiersi. L’identificarsi con un unico gruppo etnico, culturale e religioso spesso spinge ad estremismi, conflitti e violenze. Prima di essere considerato indiano, sono uomo, scrittore, docente, amante del teatro, marito o qualsivoglia altra cosa. Sono io a scegliere dove le diverse identità finiscono e confluiscono”. Sen mira così a dimostrare come il pluralismo dell’identità sia un elemento che favorisce la cooperazione e la pace nell’ambito della società globalizzata : “Non si può in ogni caso soffocare la ricerca di un’identità; bisogna però favorirne l’utilizzo libero, ragionato e non autoritario; non parliamo quindi di fenomeni naturali, ma di fenomeni di scelta”. Si conclude così, tra decine di domande risolte ed irrisolte, un segmento d’analisi della ricerca scientifica come conoscenza dei meccanismi della natura, premessa necessaria ad un autentico progresso personale e collettivo.

 

 

 

 

postato da: glancetoday alle ore 19:40 | Permalink | commenti (2)
categoria:
lunedì, 19 giugno 2006

Non sono cose mie, ma vostre....

Mastellocrazia, ed altre patologie

All'università della Calabria, dove sono invitato ad un convegno, mi dicono che al Sud cresce impetuosamente il partito di Mastella. Politici locali di ogni ordine e grado, candidati trombati, specie, ma non solo, da Forza Italia, aderiscono di giorno in giorno all'Udeur. Il che non stupisce, essendo Mastella il più abile e di successo nello sfruttare la sua forza modesta ma interstiziale, a strappare poltrone e a compensare clientele. Ma proprio per questo, e prima che diventi il maggior partito meridionale, l'Udeur andrebbe dichiarato fuorilegge. E la sua ricostituzione sotto qualunque forma, vietata come (anzi più) quella del partito fascista. Il perchè dovrebbe essere evidente. Un partito dovrebbe avere, o almeno fingere di avere, un programma complessivo per il Paese, e su questo presentarsi agli elettori. L'Udeur è il solo partito il cui programma dichiarato è il vantaggio proprio e dei suoi associati, il solo che abbia come progetto esclusivo ed esplicito il clientelismo e i suoi lucri, né Mastella lo nasconde. Sulla sua bandiera è scritto palesemente: per me, la mia famiglia, e gli amici miei.

Nella situazione attuale di fine delle ideologie, nello sgranarsi inevitabile della coalizione sconfitta, accelerata dal ritorno al proporzionale, e la caduta di tutte le speranze civili e persino economiche - per cui è ormai chiaro che avrà posti e stipendi solo chi si aggrega al carro pubblico, mentre gli altri resteranno fuori sotto la pioggia, a vedersela con l'invincibile concorrenza globale - il clientelismo diventa il richiamo più potente, la forza maggiore, anzi sola, come motivazione del «far politica». L'Udeur diverrà una vera Lega Sud, più potente di quanto sia mai stata la Lega Nord, e di miglior successo: perché se il particolarismo del nord si esprimeva (vacuamente, a parole) come secessionismo per non mandare i soldi delle tasse a Roma ladrona, quello di Mastella è un secessionismo anche più radicale, benchè di segno opposto, perchè totalmente parassitario: restare aggrappati a Roma per succhiare alla sua jugulare, e fare «a modo nostro» sulla «nostra terra», senza controllo centrale. Per il Sud e i suoi giovani, sarebbe la fine: la vittoria di tutte le inerzie antiche, le collusioni storiche, gli immobilismi profittatori.

Fatto notevole, ho trovato piena e allarmata coscienza di questo rischio nell'organizzatore del convegno di Arcavacata, il docente Mario Caligiuri. Il tema che ha dato all'incontro era «La democrazia occulta», con ovvia allusione alle lobby sovranazionali, ai Bilderberg e alle American Enterprise, ai WTO e alle altre oligarchie riservate che guidano le democrazie occidentali dietro le quinte. Ma Caligiuri, che ha un'esperienza di amministratore locale (ha fatto del suo comunello calabro il più informatizzato d'Italia) è consapevole - e mi ha reso anche più consapevole - che il primo problema politico dell'Italia è quello di cui parliamo spesso in questo sito: l'enormità degli emolumenti «pubblici» di fronte alla modestia di quelli privati, che diminuiscono storicamente quanto più quelli aumentano. L'insostenibilità di un settore pubblico che estrae sempre più grosse somme dalle tasche di contribuenti in via di impoverimento. Il lusso dei «ricchi di Stato» (e di regione) a cui non corrisponde responsabilità, né rischi, né è condizionato a risultati da raggiungere o ad alta produttività, è dunque in sé corruttore della vita civile. «Questo è il primo problema politico d'Italia, il più urgente», dice Caligiuri, esasperato dalle ridicole pesudo-priorità del nuovo governo (la grazia a Bompressi, tambur battente; i PACS, le «stanze dei buchi» per la somministrazione di droghe, fate voi), pure finzioni tanto per «fare qualcosa di sinistra».

Insomma, la democrazia è occultata in Italia non tanto dalle lobby esterne, quanto dal tradimento che il ceto politico opera a danno dei suoi cittadini ed elettori. Gli eletti dal popolo si sono costituiti in lobby contro il popolo, ed hanno come scopo l'aumento infinito dei propri privilegi e dell'accaparramento del denaro dei contribuenti. L'Udeur è solo la più sfrontata di queste formazioni post-politiche, ma non la sola. La Lombardia, accaparrata dalla Compagnia delle Opere, l'Emilia da sempre munta dall'apparato comunista, sono venute prima, e non sono in nulla migliori. In questo convegno si è denunciata come offensiva la vacua retorica dei localismi per «portare il governo più vicino ai cittadini», pia enunciazione cui corrisponde la robusta realtà della moltiplicazione degli strati amministrativi per moltiplicare poltrone, consulenze, retribuzioni del ceto politico, e discrezionalità sotto ogni controllo pubblico. Si è persino spezzata più di una lancia, ad Arcavacata, per una ricentralizzazione del governo come riforma possibile, perché il governo centrale è in fondo il solo ancora, in qualche misura, sotto l'occhio dell'opinione pubblica e della sua critica; gli altri strati, più sono locali, e più sono opachi e collusivi. Ci si è posti domande sulle malattie mortali della democrazia, ed anche questo è notevole.

Nel Nord, un'università non oserebbe né potrebbe porre il problema, perché qui il discorso pubblico è tutto sorvegliato e accaparrato da un paio di «grandi giornali» servili a grandi interessi, da mezzo secolo di egemonia «culturale» (le virgolette sono d'obbligo) di una sinistra che ha soffocato ogni discorso insolito e minoritario, dalla industria «culturale» delle «grandi» case editrici che vanno sul sicuro e pubblicano solo Camilleri o traduzioni di Dan Brown, dal conformismo plumbeo «di mercato» e dalla volgarità televisiva. Perché nel Sud è ancora possibile diagnosticare i mali di una democrazia che Mieli e Montezemolo, Padoa Schioppa e la Bocconi, dichiarano sana e forte? Forse è un malinconico privilegio della marginalità del meridione. Ma voglio intuirvi motivi più profondi: uno, che qui non c'è stata la guerra civile che al Nord ha determinato la morte della patria in tutte le anime, sicchè i meridionali che pensano con dignità civile pensano ancora in termini di vita della nazione; e qui c'è ancora un qualche soffio dello spirito classico e umanistico, non del tutto cancellato dal piglio manageriale (fasullo) dei rampanti che leggono «Il Sole 24 Ore». Invece lì, e non certo sul Corriere, si è espresso qualche dubbio sull'America che «esporta la democrazia» come se ne avesse già troppa in casa.

Il giudice Rosario Priore ha ragionato sulla democrazia quale creazione mal trapiantabile della cultura anglosassone, del suo mercantilismo e del suo individualismo; già in culture europee che hanno radici in altri principi e in altre storie, funziona meno bene. Là dove prevalgono antiche solidarietà tradizionali o di kabila, dove l'individualismo competitivo non ha radici autoctone, la democrazia imposta dal vincitore della seconda guerra mondiale è una finzione, più o meno bonaria. Si pensi alla Francia, con la sua costituzione autoritaria modellata da De Gaulle sulla sua figura, e mal portata dai successori, ma dove sempre l'esecutivo - monarchico, colbertiano - domina su un legislativo spettrale. O il Giappone, dove la formalità democratica copre alleanze e collusioni meno trasparenti, ma almeno in una visione nazionale. Quanto all'Islam, il regime religioso dove Allah è il despota supremo - crea il mondo istante per istante, in un atto continuamente rinnovato di volontà - il dispotismo (sperabilmente illuminato) è il massimo che se ne possa ottenere. Il trapianto forzato di «democrazia» da parte di un'America governata da una cricca putschista può risultare davvero in qualcosa diverso dal sangue sulle strade di Baghdad e di Samarra?

Le squadre della morte ebraica certo hanno una parte preponderante in quel sangue; la forte idea nazionale che il Baath aveva impresso all'Iraq stinge, ed è quella che si voleva abolire. Finzione nella finzione, si aizza la guerra civile provando a creare coalizioni di governo sotto una occupazione sterminatrice. Poco si è parlato della democrazia come riflesso della teologia. Quella anglosassone nacque come fanatismo biblico, di protestanti che a forza di leggere la Torah si sentirono il popolo eletto ed ora - crudamente e cinicamente al modo anglosassone - puntano a rubare le risorse altrui mentre, messianicamente, vogliono rendere il mondo e le sue diversità una finzione omogenea, di dominati con «forme» democratiche. Ma almeno, a suo tempo, gli anglosassoni ebbero chiare un paio di cose: primo, che i diritti del popolo non sono mai regalati, ma devono essere strappati a forza; che la protesta contro l'esazione fiscale da parte dei ceti parassitari ha la nobiltà della vera lotta politica e civile. E infine, un'idea non del tutto cancellata della democrazia come sovranità popolare, e responsabilità popolare nelle scelte cruciali. In un clima consuetudinariamente cattolico, una democrazia competitiva anglosassone sarà sempre gracile e falsa.

Mai si chiederà spontaneamente «meno Stato e più mercato», o - altro slogan anglosassone poco frequentato - «nessun pasto gratis» (no free lunch). Al meglio, qualche forma di autoritarismo paternale, come un fascismo; al peggio, le collusioni clientelari alla Mastella. Ma qui, bisognerebbe piuttosto chiedersi come può vivere una forma di democrazia presa sul serio (sovranità popolare, non forme e procedure) in una cultura cattolica svuotata, in una società senza più alcuna religione, se non ateo-cattolica, che non ha nemmeno il truce coraggio della secolarizzazione radicale, di tipo olandese, con l'eutanasia e la droga libera. La risposta, temo, è sotto i nostri occhi. Il popolo senza fede, contento del suo destino zoologico, non esige più la sovranità per sé, né la difende contro i nemici interni ed esterni. Non vuole governare, ma essere amministrato, accudito, assistito e distratto (col calcio alla TV di Stato) mentre persegue la «felicità individuale» al più basso livello, che significa per lo più passare il week-end nei mega-shopping center, per altri le nozze gay e la «stanza dei buchi». E' ovvio che a questo popolo inerte e flaccido, un ceto politico di eletti sia tentato di rubare tutto. Che il gregge sia tosato, è inevitabile.

E' significativo che la creazione politica ultima - terminale - di questa «democrazia» siano le regioni. Dove l'80 % del bilancio è rappresentato dalla spesa sanitaria. Regioni-infermiere, regioni-badanti: ma questa è politica? E perché poi il servizio sanitario, detto «nazionale», deve essere invece gestito regionalmente? Non si può nemmeno fare la domanda. Ampie collusioni di burocrati, pseudo-politici e pseudo-imprenditori, con giornali e media, la vietano. Socrate che faceva domande irritanti per suscitare le coscienze e gli intelletti torpidi, viene ogni giorno costretto a bere la cicuta - di Bruno Vespa, Platinette, Canale Cinque, veleni spirituali ad effetto di inebetimento totale. Ogni discorso è controllato da tabù, e chi sgarra è «fascista», «anti-americano»; «secessionista»; magari «antisemita» o altra demonizzazione qualunque. Nulla deve essere riformato. Dire che i diritti che ci stanno sottraendo, insieme ai soldi sempre più magri, vanno strappati di nuovo, è addirittura impensabile.

Eppure proprio un americano democratico, un padre fondatore, Jefferson, disse: «L'albero della libertà va periodicamente innaffiato dal sangue del popolo e dei tiranni» (e parassiti, poteva aggiungere). La democrazia è seria, la politica è seria, solo quando forza temibile, anche la violenza, del popolo, cova sul suo fondo, pronta a scattare a difesa contro il grande furto. Verrà, verrà, vedrete: sarà violenza da saccheggiatori, da banlieues in fiamme, senza disegno politico ma solo per rubare nei negozi dalle vetrine infrante. Senza progetto altro che il proprio arraffare. Mastellismo totale.

 

postato da: glancetoday alle ore 10:52 | Permalink | commenti (4)
categoria:
giovedì, 06 aprile 2006
Il sonno della ragione genera coglioni...ma un coglione che non dorme mai che ragioni potrà generare?
postato da: glancetoday alle ore 13:10 | Permalink | commenti (10)
categoria:
martedì, 21 marzo 2006
Inferno decappottabile

Primo giorno di primavera.......piove.
Il  mondo è un inferno decappotabile con il tettuccio aperto, in leasing o a rate, marca continentale tedesca, contachilometri azzerato mentendo spudoratamente.
Non perdona, l'usato sicuro...optional di serie, due airbag di numero e un immenso corpus di regolamenti stradali a cui rispondere.  20 punti in tutto, non 7 vite come i gatti. Animo nobile incorporato, 180 km/h in curva e con il freno a mano tirato....
...oggi mi gira bene!
postato da: glancetoday alle ore 18:34 | Permalink | commenti (7)
categoria:poesia ricordi deliri discorsi
venerdì, 17 marzo 2006

"CI SONO PIU' PIAGHE SOCIALI CHE SOCIETA' "

nessuno escluso....basta addizionare. La matematica non è un'opinione, la statistica si.

postato da: glancetoday alle ore 12:29 | Permalink | commenti (3)
categoria:
martedì, 21 febbraio 2006

TRANSEUROPEXPRESS
 

Sulla vela che scivola
spingo fin laggiù
il respiro e lo sguardo
su questo mare spinato e fermo come un petrolio
Corto, se sei tu
cancella il sospetto
tra le rughe salate
e accetta il mio cuore
E' un rasoio il brivido
che ti allunga la vita
nei temporali
quando volano con te solo angeli neri
Forse brucerai sotto i colpi del sole
come flora e parassiti
macerati al calore
sulla vela che scivola
Sto ancora inseguendo un mareorizzonte
sul parallelo centrale
tra sirene e atlantidi atomiche
ed immondizie affondate
Regalami un sogno di ventreviolenza
come eroe di carta sai
che gli spari di inchiostro
non piangono morti ma portano guai
trascini così con te un'amaramalìa

(mau mau)

postato da: glancetoday alle ore 13:24 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia ricordi deliri discorsi
sabato, 18 febbraio 2006

Inventiamo qualcosa per coprire la mie intricate fattezze sentimentali...Primo, bisogna considerare che qui dentro (nel blog) ci sono due persone (forse) con un nickname solo (forse). Una delle due ha una doppia personalità (sicuramente) e ciascuna delle due metà ha una doppia vita (a volte sicuramente e a volte forse). Se anche fosse che in entrambi i casi si tratti, e dico se, di cincischiamenti di due quasi giornaliste, la verità non sta comunque nel mezzo, perchè i giornali sono schierati, l'editoria è in crisi e l'Italia un pò di più. L'Italia ha una libertà di stampa pari a quella del Burkina Faso nel 1828 e quindi questa affermazione è gratuita in quanto siamo nella nuova era dell'informazione finchè non mi arrivano le scosse dalla tastiera. In qualunque caso, una persona che viene pagata per scrivere quando è su un blog fa quel cazzo che gli pare. Scrive parolacce, riferimenti sbagliati, periodi in cui non si sta capendo per l'appunto un' imprescindibile minchia. Non ha più rispetto per se stessa ma men che meno per gli altri. E' sta bene così. Libertà lacero-confusa....

postato da: glancetoday alle ore 22:46 | Permalink | commenti (4)
categoria:lacero-confusa
sabato, 11 febbraio 2006

Odissee di pacchi

Ci sono cose che una persona con un pò di esperienza alle spalle può imparare a fare con destrezza: tirare pacco. Dopo aver detto di si a quattro persone per quattro appuntamenti praticamente in contemporanea, tutto si risolve con un nulla di fatto della madonna più becera. La colpa probabilmente è dei System of a Down, che creano incertezze nella  propria adolescenzialità di ritorno. Basta ascoltare il loro ultimo album per sole 5 ore, (che si chiama "Hypnotize" mica a caso) e poi si rimane a vagare come uno spirito incastrato tra il salotto e la cucina. Potevo anche fumarmi della buccia di banana, se perdevo -ancora- completamente il controllo sulla giornata. Dicevano fosse tossica. Mah. A proposito, se uno ammazzerebbe per un altro fino a qualche anno prima è giustificato poi se qualche anno dopo lo farebbe invece ammazzare? Piuttosto che tirargli pacco? Vedremo anche qui che fare. Oggi ho scoperto che ci sono solo due cose certe nella vita: "The stories of the city di P.J Harvey, perchè l'ho ritrovato dopo 6 mesi dall'ultima location definita "il posto più sicuro dove mettere P.j Harvey" e , 2. ...che farei qualsiasi cosa pur di non esercitarmi al violoncello oggi. Mi tiro pacco da sola. Affanculo.

postato da: glancetoday alle ore 18:23 | Permalink | commenti (2)
categoria:cortesemente antisociale